Lettera del Cenacolo alle 3 comunità della Collaborazione


Cari fratelli e sorelle delle comunità di S. Michele, S. Magno e S. Eliodoro,

abbiamo iniziato in modo anomalo il percorso quaresimale quest’anno, camminiamo giorno dopo giorno in un contesto che desta preoccupazione, incertezza e paura. La grande capacità di contagio del nuovo Coronavirus, responsabile della pericolosa malattia respiratoria COVID-19, ha costretto il Governo a prendere misure drastiche e fortemente restrittive per fermare l’epidemia in corso, scelte che incidono profondamente nel tessuto socioeconomico, nella vita di ogni famiglia e anche nelle nostre parrocchie.

La vita pastorale sembra essersi fermata proprio nel cuore dell’anno liturgico: non possiamo riunirci attorno all’altare per celebrare le tappe del cammino verso la Pasqua, pregare assieme le stazioni della Via Crucis o il Santo Rosario; il catechismo, i vari gruppi e le associazioni hanno interrotto gli incontri e le attività; i patronati sono chiusi e non si sente l’allegro chiasso di bambini, ragazzi e giovani; le chiese sono aperte ma vuote…

Sentiamo la grande fatica, la distanza (ben oltre il raccomandato metro) di percepirci ancora comunità, non potendo scandire il tempo feriale con la pienezza dell’eucarestia domenicale, che ci unisce e ci costituisce figli e fratelli, popolo di Dio in cammino. Esprime bene il disagio il Patriarca Francesco: “Ferisce il cuore dei pastori, delle comunità e di tutti i fedeli il non poter celebrare insieme [….] la Santa Messa. […] Le circostanze ci costringono a sperimentare che cosa vuol dire per la Chiesa essere privata del suo bene e atto supremo: l’incontro con Gesù, nostro Signore, unico Salvatore, il Crocifisso Risorto, il Vivente che è realmente presente in mezzo a noi nell’Eucaristia, lievito di carità fraterna per le nostre vite”. È un digiuno forzato che ci fa sentire tutta l’importanza e la grandezza del dono eucaristico.

Il deserto quaresimale che ci è chiesto di attraversare per giungere alla Pasqua di resurrezione appare davvero desolato, arido, anonimo… Fa smarrire la méta e il senso stesso del cammino. Dove sei, Signore? Cosa ci stai chiedendo? Dove ci porti in questo deserto? Dove si nasconde il pozzo in questo deserto? Dov’è l’acqua che disseta la fede, la speranza, la carità?

Sembra perdere la speranza chi affronta il deserto, perché non si aspetta di trovare pozzi d’acqua fresca per ristorarsi… Ma il Piccolo Principe, protagonista dell’omonimo libro di Antoine de Saint-Exupéry, garantisce che «ciò che rende bello il deserto è il fatto che da qualche parte si nasconde un pozzo». Un pozzo di acqua viva, che rinfresca il cuore!

Quest’acqua viva è Gesù, che aspetta ciascuno di noi al pozzo delle nostre fatiche, dei dubbi, dell’incertezza, della paura, dello scoraggiamento. Lui, acqua viva che zampilla per la vita eterna, che disseta le nostre vite. “Come la cerva anela ai corsi d’acqua, così l’anima mia anela a te, o Dio” (Sal 42).

L’epidemia in corso scopre i nervi della nostra fragile creaturalità, fa vacillare le sicurezze (in un tempo in cui la scienza-tecnologia erano diventate un assoluto capace di superare ogni problema), ci rende più diffidenti verso il prossimo per paura del contagio, confina la socialità dentro quattro mura, mina la fiducia, ridefinisce le priorità quotidiane e lancia dardi di incertezza nell’immediato futuro. Come affrontare tutto questo da cristiani?

Il Patriarca ricorda spesso in questi giorni che le difficoltà e le privazioni possono trasformarsi in opportunità. Cogliamo quindi queste opportunità per riscoprire la bellezza della Chiesa domestica che è la famiglia; approfittiamo del tempo e del silenzio per fare ordine nel cuore e dare valore a ciò che abbiamo, a ciò che ci manca, a ciò che è essenziale; riprendiamo in mano la Bibbia; telefoniamo a qualche anziano solo o agli amici che non sentiamo da tanto; portiamo la spesa a chi è in difficoltà; sintonizziamoci sulle frequenze dello Spirito a una data ora per pregare assieme; aiutiamo se possiamo parenti e conoscenti medici, infermieri e personale ospedaliero, che stanno lottando per curare i malati e salvare vite a costo della propria; usiamo la tecnologia e i social in modo intelligente per lanciare messaggi positivi e le corrette prassi contro il contagio indicate dalle istituzioni (non fake news!)… Cerchiamo nuovi modi di esprimere la comunione e farci prossimi gli uni gli altri.

Ci è chiesto di stare minimo a un metro di distanza l’uno dall’altro… Come cristiani non dobbiamo temere la distanza fisica, perché è ben più forte il legame che ci unisce: l’essere figli nel Figlio, figli dello stesso Padre e fratelli tra noi. È un legame d’amore che nulla può cancellare. Siamo comunità anche se non ci possiamo incontrare. Siamo cristiani anche se non possiamo celebrare. Siamo per Cristo, con Cristo e in Cristo anche se non possiamo mangiare il Suo corpo e bere il Suo sangue.

L’attesa della pienezza dell’incontro aumenta il desiderio e lo purifica. I sacerdoti continuano a celebrare fedelmente ogni giorno l’Eucarestia in forma privata, portando sull’altare tutti noi e la voglia grande di cantare la Pasqua.

Cari fratelli e sorelle, con la voce del profeta Isaia, Dio ha fatto questa promessa: «Ecco, io faccio una cosa nuova, aprirò nel deserto una strada» (Is 43,19). Nel deserto si apre la strada che ci porta dalla morte alla vita. Entriamo nel deserto con Gesù, ne usciremo assaporando la Pasqua, la potenza dell’amore di Dio che rinnova la vita. Accadrà a noi come a quei deserti che in primavera fioriscono, facendo germogliare d’improvviso, “dal nulla”, gemme e piante. Coraggio, entriamo in questo deserto della Quaresima, seguiamo Gesù nel deserto: con Lui i nostri deserti fioriranno.

(Papa Francesco, Udienza generale del 26 febbraio)

In attesa di ritrovarci, vi abbracciamo spiritualmente.

 

Il gruppo del  Cenacolo della Collaborazione pastorale altinate

 

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